Poteva essere solo amore

C’è un autore che amo molto, James Herriot, un veterinario che inizia a esercitare la sua professione nei primi anni Trenta nello Yorkshire e che descrive in alcun libri la sua vita con molta autoironia e sentimento. Si tratta di una lettura che ho scoperto quasi vent’anni fa, ma a cui ritorno volentieri ogni volta che sento la voglia o il bisogno di assaporare emozioni semplici.

Voglio condividere con voi un estratto da un capitolo del suo primo libro, Creature grandi e piccole, augurandovi di emozionarvi e di capire se anche per voi l’amore dà più del profitto.

“Qui dice” disse Sigfried, sistemando con cura contro la caffettiera la sua copia del Darrowby and Hulton Times, “che i coltivatori non provano affetto per le loro bestie”.

Imburrai un crostino e lo guardai.

“Che sono crudeli, vuoi dire?”

“Bè, non esattamente, ma questo tipo sostiene che per un coltivatore le bestie sono un elemento puramente commerciale…non c’è nessun sentimento nel suo atteggiamento verso di loro, nessun affetto”.

[…]

“Interessante” dissi io. “E credo che tu abbia toccato il punto essenziale con il fatto della quantità. Sai che ci sono molti dei nostri coltivatori sulle alture che hanno solo pochi capi. Hanno sempre un nome per le loro vacche…Daisy, Mabel, me ne è perfino capitata una, l’altro giorno, che si chiamava Orecchiediaringa. Credo che questi piccoli coltivatori provino affetto per le loro bestie ma non vedo come possano provarne i grossi”.

Sigfried si alzò da tavola e si stirò con gusto. “Probabilmente hai ragione. Comunque, stamattina ti mando a vederne uno veramente grosso. John Skipton di Dennaby Close….bisogna limare qualche dente. Ha un paio di vecchi cavalli che vanno in malora. Meglio che tu prenda gli strumenti, potrebbe essere qualsiasi cosa”.

[…]

Dennaby Close non era solo una solida fattoria, era un monumento alla resistenza e alla bravura dell’uomo. La bella vecchia casa, i vasti annessi rustici, la grande distesa di prato lussureggiante lungo le pendici inferiori dei fell, erano tutte dimostrazioni che il vecchio John Skipton era riuscito a fare l’impossibile; era partito come bracciante agricolo senza istruzione e adesso era un ricco proprietario terriero.

Il miracolo non si era compiuto facilmente: il vecchio John aveva dietro di sé una vita di sfibranti fatiche che avrebbero ammazzato la maggior parte degli uomini, una vita in cui non c’era stato posto per una moglie, dei figli, né per gli agi materiali […] aveva combattuto per tanti anni contro le probabilità avverse e si era comportato con tale durezza che non poteva più fermarsi. Avrebbe potuto godersi qualsiasi lusso, adesso, ma proprio non ne aveva il tempo; si diceva che il più povero dei suoi braccianti vivesse meglio di lui.

[…]

Il vecchio John avanzava impaziente, con passo pesante, verso di me, la giacca malridotta, priva di bottoni, legata alla vita da un pezzo di spago. […]  “Dovremo arrivare a piedi fino al fiume; i cavalli stanno laggiù”.

[…]

A mezza strada ci imbattemmo in un gruppo di uomini intenti a un lavoro che era vecchio di secoli: riparare una breccia in uno dei muretti di pietra a secco che tracciano la loro rete su tutte le verdi pendici dei Dales. Uno degli uomini alzò gli occhi. “Bella giornata, signor Skipton” gridò allegramente.

“Bella giornata un corno. Forza al lavoro” grugnì il vecchio John per tutta risposta e l’uomo sorrise soddisfatto come se avesse ricevuto un complimento.

[…]

A quel rumore i due cavalli si voltarono verso di noi. Erano fermi, e le barbette affondavano nei bassifondi sassosi appena al di là di una spiaggetta che si fondeva con il verde tappeto erboso; erano occupati a strofinarsi dolcemente il mento ognuno contro la groppa dell’altro, senza accorgersi di noi che ci avvicinavamo. Un alto dirupo che sovrastava l’altra riva costituiva un perfetto frangivento, mentre di fronte a noi gruppi di querce e di faggi risplendevano nel sole autunnale. herriot7

“Bel posto, signor Skipton” osservai.

“Sissignore, possono stare al fresco quando fa caldo e quando viene l’inverno hanno il fienile.” John indicò una costruzione bassa dalle mura erte, con un’unica porta. “Possono entrare e uscire come vogliono”.

[…]

“Da quando non lavorano?” chiesi.

“Ah, penso circa dodici anni”.

Fissai John. “Dodici anni! E sono stati quaggiù tutto questo tempo?”

“Sissignore, sdraiati per di qua come pensionati. Tutto sommato se lo sono guadagnato”. Per qualche momento rimase in silenzio, con le spalle curve, le mani sprofondate nelle tasche della giacca, poi parlò tranquillamente, come tra sé: “Erano schiavi quando ero schiavo anch’io”. Si voltò e mi guardò e in quell’attimo rivelatore lessi negli occhi azzurri chiari qualcosa delle sofferenze e delle battaglie che aveva condiviso con le bestie.

“Ma dodici anni! Quanti anni hanno comunque?”

[…]

“Bè, ha circa trent’anni e lui ne ha uno o due di meno. Ha avuto quindici splendidi puledri  e non è stata mai male, a parte qualche seccatura con i denti. Li abbiamo limati una o due volte e adesso è ora di rifarlo, penso. Vanno in malora tutti e due e lasciano cadere dalla bocca pezzi di fieno mezzo masticati. Il maschio è quello che sta peggio….fatica molto a mangiare”:

[…]

Quando fummo di nuovo nel cortile, John rimase in silenzio, imbarazzato. Annuì un paio di volte, disse: “Grazie, giovanotto” poi di colpo si girò e se ne andò.

Io stavo scaricando felicemente la cassetta nel portabagagli quando vidi l’uomo che ci aveva rivolto la parola mentre scendevamo al fiume. Era seduto, allegro come sempre, in un angolo assolato, con la schiena appoggiata contro un mucchio di sacchi, e tirava fuori il pacchetto del pranzo da una vecchia borsa militare.

“E così è stato giù dai pensionati, vero? Cribbio, il vecchio John la strada dovrebbe conoscerla.”

“Ci va regolarmente, eh?”

“Regolarmente? Ogni giorno che Dio manda può vedere quel vecchio che scende laggiù. Pioggia, neve o vento, non manca mai. E porta sempre qualcosa…un sacco di grano, o paglia per la lettiera.”

“E sono dodici anni che lo fa?”

L’uomo svitò il coperchio del termos e si versò una tazza di tè nero. “Sissignore, i suoi cavalli non hanno fatto niente in tutto questo tempo, e sì che poteva cavarne un bel po’ di soldi, se li dava ai mercanti di carne di cavallo. Una cosa strana, vero?”

“Ha ragione” dissi “è una cosa strana”:

Fu proprio questa stranezza che mi tenne occupata la mente sulla via del ritorno. Riandai alla mia conversazione con Sigfried, quella mattina; avevamo più o meno deciso che da uno che ha un sacco di bestie non ci si può aspettare che provi affetto per alcune di esse, individualmente. Ma quegli annessi rustici, lì da dove venivo, erano pieni delle bestie di John Skipton…doveva possederne centinaia.

E allora, cosa lo spingeva a trascinarsi per quel pendio, tutti i giorni e con qualsiasi tempo? Perché aveva colmato di pace e di bellezza gli ultimi anni di quei due vecchi cavalli? Perché aveva dato loro, alla fine, una tranquillità e una comodità che rifiutava a sé stesso?

Poteva essere solo amore.